+39-011-5757-161
·
info@sarazambaia.it
·

Consiglio aperto del 23 novembre 2021

sulla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre.

Grazie Presidente,
innanzi tutto, ringrazio Lei Presidente, l’Ufficio di presidenza e gli uffici per
l’organizzazione di questo Consiglio aperto, un consiglio che ho pensato di
proporre proprio per far sì che il tema della violenza di genere venisse portato ufficialmente all’attenzione dell’aula, andando oltre gli eventi che avremmo potuto organizzare. Ci tengo tra l’altro a sottolineare che quello di oggi è il primo consiglio aperto su questo tema nella storia del Consiglio regionale del Piemonte.
Ci tengo poi a ringraziare tutti i relatori intervenuti quest’oggi, delle Forze
dell’ordine, alle associazioni e alle istituzioni. E li ringrazio non solo per il
contributo odierno, ma soprattutto per lo straordinario lavoro che, ciascuno sul proprio fronte, svolge quotidianamente.
Su questo tema, Presidente, ci sarebbe indubbiamente tanto da dire. Sono
anni che fortunatamente si sono accesi i riflettori sulla violenza di genere.
Anni in cui le istituzioni, facendo rete, hanno lavorato tanto, dalle campagne di
sensibilizzazione, alla promozione del numero di emergenza 1522, alla
celebrazione del 25 novembre. Anche l’attenzione del legislatore è stata alta, soprattutto negli ultimi anni.
Un’attenzione indubbiamente trasversale, se pensiamo alla legge regionale nel 2016, o al Codice rosso del 2019, oltre al neo reddito di libertà.
Eppure, Presidente, i numeri continuano a destare preoccupazione. Perché? Un perché che ci chiediamo tutti, Presidente.
Io penso che la risposta a questo perché risieda nella più grande difficoltà che contraddistingue anche la società occidentale in cui viviamo.
Una difficoltà di natura culturale. Parliamoci chiaro Presidente, abbiamo detto più volte nell’arco della mattinata che esistono varie forme di violenza, da quella fisica, a quella sessuale, quella economica e quella psicologica. Però, ho purtroppo la percezione che mentre le prime due siano sostanzialmente riconosciute dalla società, condannate pienamente, sulle ultime due citate e in particolare sulla violenza psicologica ci sia ancora tanta ignoranza.
Non voglio essere eccessivamente forte nel dire che purtroppo viviamo in un contesto sociale in cui se qualcuno esercita su di te, donna, violenza fisica, allora parliamo di violenza vera, ma se il tuo compagno ti massacra verbalmente, magari nell’intimo di casa vostra, allora no, non è violenza…”ma sì dai, avete litigato, cerca di fare pace”, tante volte si sentono dire dagli amici, dalla famiglia, ma non solo.

A questo si aggiunge un altro problema che non aiuta di certo le donne che
vivono questa situazione ad uscirne: la difficoltà probatoria.
Anche qua, se ti presenti al pronto soccorso e successivamente dalle Forze
dell’ordine con il viso sfregiato, la prova sei te stessa, ma mettiamoci, Presidente, nei panni di una donna che subisce violenza verbale, ma come fa a provarla? Una donna che subisce violenza psicologica, periodicamente, che si sente mortificata, derisa, denigrata, spesso per non aver commesso nulla se non l’errore di aver intrapreso una relazione con un soggetto problematico, ma come fa a provare una simile violenza? Quando magari la raffica di parole violente e patologiche avviene
mentre sei nell’intimità di casa. In questo caso la ferita della donna è una ferita profonda, perché la violenza psicologica non ti sfregerà il viso, ma ti riduce psicologicamente ad essere una larva, ad avere paura di esprimerti, figuriamoci a denunciare.
Parliamoci chiaro Presidente, in assenza di prove, è la parola della persona offesa contro quella dell’offensore. In assenza di prove, soprattutto laddove ci sono i figli, che assistono a questi litigi patologici, in caso di denuncia, viene udito proprio il partner che in tanti casi è un soggetto assolutamente lineare agli occhi della società e del giudice. Allora, Presidente, ma come può una donna in questi casi trovare il coraggio, se la paura di non essere creduta, spesso in primis dai propri famigliari, è tanta.
Allora cosa può fare una donna in questi casi? Innanzi tutto, pensare
all’incolumità di se stessa e dei figli. Come? Cercando di capire se il soggetto che si ha davanti è un soggetto recuperabile oppure no, nella piena consapevolezza che in certi casi la separazione è l’unica strada, perché come ha detto anche la Consigliera di Parità nel suo intervento odierno, in questi casi la causa della separazione è l’atteggiamento patologico del compagno, oltre all’unica soluzione possibile.
Non entro poi in altre questioni per motivi di tempo, ma tanto da dire ci
sarebbe anche sul rispetto di genere nei luoghi di lavoro, dove talvolta
l’assenza di rispetto si condisce di eccessive confidenze, così come sul tema della certezza della pena, perché non sono pochi i casi, Presidente, di donne che trovano il coraggio di denunciare questi atteggiamenti, che a volte rimangono sul piano della violenza verbale, altre volte sfociano in quella fisica e, dopo ripetute denunce e ripetuti momenti di paura, finiscono uccise perché l’aggressore o non è stato arrestato o addirittura è uscito prima della fine della pena. La cronaca di questi giorni ci ha purtroppo narrato l’ennesimo caso simile.

Dunque, Presidente, mi viene da dire che nei tanti sforzi che facciamo noi
istituzioni, l’unica azione che forse potrebbe traghettare questa società fuori da questo vaso di Pandora è una vera rivoluzione culturale.
Educare i bambini alla cultura del rispetto sin da piccoli, perché la personalità di una persona si forma nei primi anni di vita, non al liceo. Insegnar loro che le parole hanno un peso, che i gesti hanno un peso, che la tua vicina di banco oggi è la tua compagna di studi ma domani sarà una donna emancipata.
Per questo Presidente, concludo annunciando all’Aula che ho depositato
ieri un ordine del giorno di cui sono prima firmataria ma che ho strutturato assieme alla collega Letizia Nicotra, che ringrazio, dove chiediamo alla Giunta regionale di attivarsi presso il Ministero di competenza affinché si inizi già dalle scuole elementari con l’insegnamento di questa cultura del rispetto, inserendo all’interno dell’ora di educazione civica progetti specifici sul rispetto di genere e sul valore delle parole e della comunicazione.
Perché solo partendo dai più piccoli, attraverso la scuola laddove non arrivano le famiglie, è possibile per lo meno sperare in una società migliore, fatta di adulti consapevoli, oltre che di istituzioni attente.
Grazie Presidente.